domenica 19 febbraio 2017

Sicilia: storia di un popolo eternamente libero tra dominio, cultura e cucina

E' proprio per tutto l'amore che sento per la mia terra che ho deciso di approfondire e colmare le lacune nel mio sapere e la ricerca sul web mi ha dato delle risposte, ma soprattutto grandi soddisfazioni. Il frutto del lavoro di tante persone si unisce in questa pagina che dedico a voi. E così, fiera di essere Siciliana, condivido con voi questa storia: la storia di un popolo eternamente libero tra dominio, cultura e cucina.

Taormina: vista panoramica con l'Etna innevata sullo sfondo
La Sicilia è uno degli scenari più suggestivi se si vuole ammirare l’incontro e il contatto tra diverse civiltà per chi vede, nella diversità, una grandiosità culturale e, nella linea che separa i popoli, una linea unificatrice e non un confine insormontabile, La storia della Sicilia è indissolubilmente legata ai popoli che l'hanno abitata. L’isola fu meta, sin dalla preistoria, di popoli attratti dalla sua ampiezza e centralità nonché dalla sua indicibile bellezza.
Questa straordinaria isola, la più grande del Mediterraneo, confine nevralgico tra l’Occidente e l’Oriente, anello di congiunzione tra il mondo latino e quello greco è stata sempre un campo di battaglia ed ha subito l’occupazione di tutte le grandi potenze che, nei secoli, volevano estendere il proprio dominio attraverso il Mediterraneo.
Essa è appartenuta a tantissime civiltà, eppure non ha mai, propriamente, fatto parte di nessuna! Sembra quasi che l'identità siciliana, consapevole di essere così esposta e facile preda di chiunque, abbia curato un misterioso istinto di sopravvivenza. Questa identità così complessa e travagliata è stata mantenuta unita, grazie all'infinita forza che scaturisce dal sentimento del sacro. Proprio così: la Sicilia ha potuto cambiare ogni volta tutto e rimanere sempre se stessa, ha attraversato le innumerevoli dominazioni riuscendo sempre a salvaguardare il proprio carattere, grazie alla manifestazione e alla conservazione della propria spiritualità.






Vaso greco per l'acqua o il vino
I Greci portano nell'isola il mandorlo, la vite, l’ulivo… ma soprattutto le nuove tecniche per lavorare la terra, rinforzate dal culto in onore di Demetra e altre divinità femminili compresa la Terra. I nuovi coloni, una volta approdati con le loro navi, si trovarono di fronte al problema di dover instaurare dei rapporti con le popolazioni del posto che vivevano di pastorizia e di agricoltura. Gli indigeni erano organizzati in tribù, che però non avevano niente a che vedere con la più avanzata organizzazione politica, sociale ed economica delle poleis greche. Si venne così a creare un urto violento tra gli abitanti dell'isola ed i nuovi colonizzatori che volevano appropriarsi delle loro terre. Le tribù locali non volendo il contatto con i nuovi colonizzatori si ritirarono nell'entroterra Siciliano, soprattutto nelle zone dell’Etna o sul monte Peloro.  Le colonie greche che vennero a contatto con alcune delle popolazioni locali sicule invece attinsero dalle loro culture e civiltà e viceversa. L’incontro della civiltà coloniale Greca e quella indigena diede i natali alla cultura dei Sicelioti, i quali, anche se condivisero con i dominatori terre e quant'altro, cercarono una propria autonomia dai connazionali Greci della madrepatria, quasi a voler formare un ceppo culturale a parte, denominandosi Sicelioti. Nel corso dei secoli si è erroneamente pensato che questo territorio, sotto la dominazione greca, ebbe uno sviluppo subordinato a quello della madrepatria. In realtà queste città conobbero uno sviluppo proprio in vari settori, come l'arte, la scienza, la filosofia. La dominazione Greca in Sicilia fu un lungo periodo di alta espressione artistica, tra tutti spiccano per maestosità il Teatro ed il Tempio di Segesta; i Templi di Agrigento e Selinunte; il Tempio di Apollo; il Teatro di Siracusa ed il Teatro di Taormina e grandi personalità come Archimede, Pitagora, Platone trovarono i natali in Magna Grecia o la visitarono lasciando numerosi segni della loro presenza. Il termine "Magna Grecia" fu coniato o dai Greci orientali, che rimasero affascinati dalle bellezze e dalla ricchezza dei luoghi, o dagli stessi coloni
(i Greci occidentali che si stabilirono nelle nuove città) che volevano in questo modo dichiarare l'indipendenza dalla madrepatria celebrando le terre da loro conquistate e assoggettate. Ma le continue guerre intestine tra le città greche, che spesso erano in contrasto tra loro per motivi politici e di conquista, furono la causa di distruzione di fiorenti città in Grecia e ciò si rifletterà anche nell'organizzazione delle colonie della Magna Grecia. Le eterne rivalità fra le città, portarono, infine, ad un indebolimento delle città magnogreche sia in Sicilia che nell'Italia meridionale già assoggettata, che diverranno facile preda dei conquistatori romani.

Successivamente, durante la dominazione romana, la Sicilia non venne valorizzata. I nuovi conquistatori trattarono l’isola con scarso rispetto, limitandosi a sfruttarla e ad obbligare la popolazione a seminare e a raccogliere grano per Roma. Ma durante i lunghissimi secoli di dominazione romana la celebrazione, soprattutto di alcuni riti, costituiva un appuntamento prezioso per tutelare la propria identità e per sfogare la rabbia contro l’oppressione del dominatore. Il Carnevale e la Pasqua erano quindi vissuti dagli isolani con un particolare coinvolgimento emotivo e il perpetuare i riti, tra preghiere e cibo legato ai riti, ne rinforzava il carattere. Il successivo evento storico da segnalare dopo questo periodo, che contribuirà ad arricchire l’eterogeneità dell’identità dei Siciliani è l’arrivo delle prime comunità ebraiche.

Turruni
Gli Ebrei trovarono in Sicilia un luogo ideale dove risiedere e la loro presenza aumenterà sempre di più nei secoli successivi fino a rappresentare una componente significativa della società e dell’economia siciliana. Il torrone, per esempio, pare che sia proprio una specialità degli Ebrei-Siciliani dell’epoca romana, un dolce kasher che avrà una fortuna immensa in tutta quanta la popolazione e in seguito in tante altre regioni d’Italia.


Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente e la breve parentesi delle invasioni barbariche, la Sicilia, intorno alla metà del 500, passa nelle mani dei Bizantini tornando ad essere una provincia dell’Impero. I tre secoli della presenza bizantina nell'isola segnano profondamente il carattere e la mentalità dei Siciliani, sempre più portati a personalizzare un’identità sospesa fra Occidente e Oriente. La Sicilia era così importante e la sua posizione geografica così strategica che Costante II aveva addirittura trasferito la capitale dell’Impero a Siracusa. In questo periodo l’isola è protagonista di un grande fermento culturale e religioso. Ed è in questo periodo che la cucina diventa più ricercata e si impreziosisce di nuovi aromi, la preparazione dei dolci legata agli antichi riti pagani si converte sempre più nel rinforzare i simboli della nuova religione cristiana.

Pupu cull'ovu
E poi inizia la tanto mitizzata dominazione araba in Sicilia. La conquista dell’isola da parte dei musulmani iniziata nell'anno 827 è stata particolarmente cruenta, lunga e travagliata. La profonda formazione greco-romana e il forte sentimento cristiano dei Siciliani non si conciliò affatto con la cultura e la religione dei nuovi conquistatori. I Siciliani avevano ormai raggiunto quel punto di non ritorno nella costituzione della propria identità, che rendeva fattivamente impossibile l’integrazione con il particolare “monoteismo maschilista” della religione di Allah.  Gli Arabi che arrivarono in Sicilia non erano quelli di Bagdad o di Damasco, ma i Berberi dell’odierna Tunisia con un livello di civilizzazione nettamente inferiore rispetto al popolo siciliano. Così come per la lingua, l’influenza maggiore di certi vocaboli arabi è stata quasi esclusivamente nel campo della toponomastica perché in effetti testimonia la ridisegnazione politica del loro controllo sul territorio, anche per la cultura l’influenza principale ha coinvolto solo la dimensione più esteriore.
Cuscus
Nella gastronomia le pietanze arabe sicule sono quelle con ingredienti di sicura importazione araba e che trovano ancora oggi diffusione pure nei loro paesi. E’ il caso del cuscus e di un certo modo di utilizzare le essenze come il gelsomino e la cannella. Gli Arabi al tempo della loro dominazione non lasciarono quasi traccia nell'isola, in quanto tutti i grandi monumenti della cosiddetta arte arabo-normanna sono di epoca posteriore, cioè del tempo del regno cristiano di Sicilia, e sono di struttura prevalentemente gotica, cioè cristiana. I Normanni edificarono numerosi e sontuosi palazzi, sfruttando manodopera sia locale (arabi e greci) sia straniera (in prevalenza egiziani). Per questo motivo molte delle opere ancora oggi apprezzabili presentano caratteristiche arabo normanne. All'interno del Palazzo dei Normanni (originariamente costruito dagli Arabi, denominato il Qasr ) e oggi sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, venne edificata la Cappella Palatina che è una basilica a tre navate dedicata ai santi Pietro e Paolo. Al'’interno vi si possono ammirare magnifici mosaici su base lignea. Anche se i re normanni, in tempi più tardi, chiamarono artisti arabi per certe rifiniture, le prevalenti decorazioni dei templi siciliani sono di tipo bizantino.
Cappella palatina, interno
Per concludere questa ampia trattazione volta a contrastare il luogo comune che ha amplificato l’influenza della cultura araba in Sicilia, mettiamo in luce il modo con cui ebbe termine la sua dominazione: fu una vera e propria guerra di liberazione, opera e merito della stessa popolazione siciliana. I Normanni erano poche centinaia, un numero troppo esiguo di guerrieri e senza la partecipazione dei “picciotti” di quel tempo non avrebbero conquistato neanche una città!

Palazzo dei Normanni
L’arrivo e la presenza dei Normanni e successivamente degli Svevi in Sicilia rappresentò un evento di eccezionale importanza: si riprese il filo interrotto della storia e dell’identità che si modella attorno al ruolo importante dell’istituzione della fede. Per la Sicilia l’età di Federico II è un’epoca di grandi e definitive trasformazioni. La lotta fra il sovrano e i ribelli musulmani, con la totale eliminazione di questi ultimi, completa l’occidentalizzazione della Sicilia già avviata dai Normanni.
La Sicilia Cattolica, neolatina, europea, in una parola la Sicilia attuale nasce con la conquista normanna, si rafforza con Federico II, afferma con decisione la sua identità nazionale nell'epoca dei Vespri. La dominazione spagnola in Sicilia fu molto lunga: più di quattro secoli di rassegnata e "pacifica" convivenza. La componente spagnola fu l’ultimo apporto di sangue straniero alla struttura demografica del popolo siciliano e l’ultima forte influenza all'interno di quella fondamentale e misteriosa dimensione della percezione e della comunicazione del sentimento del sacro.
Parmigiana di melanzane
L’attuale cattolicesimo dei siciliani è decisamente spagnoleggiante! E’sufficiente pensare ai riti che si svolgono in tutta la Sicilia durante la Settimana Santa per riscontrarne l’evidente affinità. E poi gli Spagnoli erano più vicini per lingua e per il carattere ai Siciliani, rispetto ai Tedeschi e ai Francesi. In questo periodo nell'isola si costruiscono chiese, conventi e palazzi meravigliosi e l’arte barocca arriva persino nei centri più piccoli. La tradizione culinaria e soprattutto dolciaria giunge alla sua massima espressione ed evoluzione. Dal nuovo mondo gli Spagnoli portano quegli ingredienti quali cacao, pomodoro, patate, melanzane… che diventeranno la base della cucina mediterranea.

Frutta di mrtorana
In pasticceria, il cioccolato e la diffusione dello zucchero andranno a completare e a migliorare ricette collaudate da secoli. Nei conventi, soprattutto quelli femminili, si diffonde sempre più l’arte della dolceria. Le religiose infatti, avevano scoperto che questo importante e proficuo espediente lavorativo, era molto utile per finanziare le loro strutture e la propria missione cristiana dedicata soprattutto ai numerosi orfani che ricevevano in affidamento. Anche la cucina, intesa come l’arte di preparare il cibo e di mangiarlo, diventa allora, in questo nuovo contesto: soggetto e prodotto culturale a tutti gli effetti. Il dolce, addirittura, si ritaglia un ambito esclusivo, ricco di significati simbolici, perché sganciato sin dall'origine dalla sua funzione naturale di alimento e legato invece all'universo più complesso e più profondo della natura umana. E’straordinario come, partendo da un qualsiasi dolce, anche da quelli più semplici e più “poveri”, si possano fare interessantissimi e preziosi collegamenti con la storia, la mitologia, la religione e persino con l’astronomia. In Sicilia, il legame tra la preparazione dei dolci e la funzione rituale è molto profondo e affonda le radici in tempi che hanno prodotto epoche, molto particolari e identità originalissime.

Pasticceria siciliana
Alla fine del 1700, il ceto dei nobili con i propri rituali e i frequenti banchetti favorirà una cultura del mangiare bene e ricercato, sotto la preziosa guida dei capocuochi francesi al loro servizio. Questi grandi chef, chiamati monsù, traduzione dialettale della parola francese monsieur, introdussero nella già ricca cucina siciliana uno stile più raffinato e soprattutto ricette nuove provenienti sia dalla Francia che dalla vicina Napoli.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, la pasticceria siciliana va incontro ad una vera e propria rivoluzione: arrivano, infatti, dalla Svizzera i signori Caflish, Caviezel e Greuter e con loro irrompono nella tradizione dolciaria siciliana il burro, la panna e nuove tecniche di lavorazione che saranno, come al solito, prima apprese, poi interiorizzate e alla fine straordinariamente personalizzate dai maestri pasticcieri siciliani.

L’avvicendarsi di molteplici civiltà ha reso la Sicilia ricca di segni che il tempo ha conservato fino ai nostri giorni. 
La pignoccata
Nella storia spirituale plurisecolare della Sicilia si trovano le radici dell’animo popolare; in essa si trovano e si intrecciano fantasia e realtà, mondo pagano, musulmano e cristiano, superstizioni e scetticismo, volgarità e cavalleria, l'attruvatura e il fatalismo, mondo antico e mondo moderno. Ciò costituisce il folclore della Sicilia, inteso non come un’attrazione turistica o come un elemento ornamentale, ma il modo di vivere  stesso della popolazione. Nei nostri canti popolari e in quella dei carrettieri si sente la cantilena araba. Il senso della cavalleria, uno dei sentimenti più delicati che ci caratterizza, è stato portato dai Normanni e si è fortemente radicato nel nostro animo. L’opera dei pupi, il canto del carrettiere e del cantastorie, la recita del “cuntastorie”, le scene cavalleresche raffigurate con decorazioni artistiche nei carri siciliani, sono altri esempi della civiltà lasciati dai normanni e ben assimilati dai nostri avi. Il ricordo delle lotte sostenute dai normanni contro gli arabi è tuttora vivo nell'annuale combattimento che si svolge per la festa della Madonna delle Milizie a Scicli o per la festa dell’Assunta a Piazza Armerina o per quella del Taratatà che si svolge a Casteltermini in occasione della festa di Santa Croce.

"Con la sua cultura ed il suo animo generoso, il Siciliano ha insegnato al mondo, bagnato dal sangue degli odi razziali e religiosi, cosa significa la pacifica convivenza e il rispetto fra genti di diverse razze e religioni".

Questo insegnamento continua più che mai ai nostri giorni in maniera veramente silenziosa: in questa terra di Sicilia, ricca soltanto di disoccupazione e sottosviluppo, c’è sempre posto per i nostri fratelli immigrati dal terzo mondo, che rischiano la loro vita, per cercare qui quel lavoro e quel rispetto per la persona umana, mai trovato nella loro patria.
Il popolo siciliano nel corso della sua storia ha subito ben tredici dominazioni straniere, tuttavia non si è fatto sottomettere culturalmente. Da questi popoli, infatti, ha saputo acquisire il meglio della loro civiltà, selezionando quelle conoscenze che si confacevano alla sua cultura dotta e popolare. Infatti, ha saputo conservare la propria identità che comprende l’intelligenza, la diffidenza, l’umorismo, l’arte di arrangiarsi; come pure non ha perso il senso del valore per la famiglia e dell’onore, l’amore e il rispetto per i morti, per gli anziani, per i genitori, la sacralità per l’amicizia, il senso della cavalleria per le donne. Si tratta di un ricchissimo bagaglio di comportamenti che si porta dietro da secoli e nessuna dominazione straniera ha potuto intaccare. La Sicilia, fino a quando conserverà tale identità, le sue tradizioni e la propria memoria storica, non sarà mai un paese vinto.
L’abbondanza di tradizioni e di celebrazioni di riti hanno svolto fino ai nostri giorni, e continuano a svolgerlo, il ruolo fondamentale di cementare e tenere unito un popolo caratterizzato dalla ingombrante presenza di numerose anime. I Sicani, i Siculi, i Fenici, i Greci, i Romani, i Bizantini, gli Arabi, i Normanni, i Germanici, i Francesi, gli Spagnoli: tutti hanno lasciato "qualcosa" nello spirito più profondo del popolo siciliano.

La Trinacria, il simbolo e il motto del popolo sicilino;
Solitudine,Saggezza, Pane semplice e Libertà

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